Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


sabato 9 dicembre 2017

I giornalisti e il cambiamento climatico.


Certe volte, il giornalismo italiano non è proprio al top come qualità

Sono usciti qualche giorno fa un gran numero di articoli sui giornali e servizi sul fatto che il 2017 è stato l'anno più siccitoso dal 1800 nella storia italiana. Qualcuno ha segnalato al gruppo di "Climalteranti"  qualcosa di strano che è stato detto al telegiornale di La7. Non ho un link al servizio, ma ho una registrazione (*) e vi trascrivo che cosa è stato detto al minuto 1.34, circa.

Ma la scarsità delle piogge, spiegano gli esperti, nulla ha a che vedere con il riscaldamento globale che invece, come confermano tutti gli studi, sta producendo un aumento delle temperature di circa 5 gradi per secolo. Per quanto riguarda le precipitazione, si tratta solo di un fatto casuale dovuto alla circolazione atmosferica.   

Ora, cosa dire di questa gran confusione di inesattezze (per non dire di scemenze)? Lasciamo perdere il discorso dei "5 gradi per secolo", non diciamo niente del concetto di "un fatto casuale dovuto alla circolazione atmosferica." Ma chi saranno mai questi 'esperti' che "spiegano" con tanta sicurezza che la siccità "nulla ha a che vedere con il riscaldamento globale."

Tutti questi articoli e servizi sui telegiornali avevano un'unica origine: un comunicato emesso dal CNR il 4 Dicembre e che trovate a questo link. Notate che non dice in nessun posto che la siccità "nulla ha a che vedere con il riscaldamento globale." E allora? Da dove è venuta questa idea al/alla giornalista che ha preparato il servizio di La7?

Così, ho telefonato al contatto fornito dal CNR, il collega Michele Brunetti che conosco essere persona seria e preparata. Lui mi ha raccontato che ha ricevuto svariate telefonate da giornalisti a proposito del comunicato del 4 Dicembre. Non si ricordava esattamente cosa avesse detto a quello di La7, ma molti gli avevano fatto la domanda se la siccità del 2017 era causata al riscaldamento globale. Lui aveva risposto che non lo si poteva provare su base statistica. Una risposta corretta anche se forse troppo cauta. In ogni casa, il/la giornalista di La7 l'ha interpretata in modo decisamente scorretto.

In realtà, se è vero che si può dire poco o nulla di clima a partire da un singolo anno, è anche vero che una correlazione statistica di lungo periodo fra riscaldamento e siccità nelle regioni Mediterranee esiste. Lo potete leggere, per esempio a questo link. Oppure qui. Secondo questi studi, il progressivo riscaldamento globale ci porterà una sempre maggiore frequenza di estati siccitose, anche se non possiamo dire quanto sarà siccitoso un anno specifico.

In sostanza, non è vero che la siccità di quest'anno "nulla ha a che fare con il riscaldamento globale." E' un evento che fa parte di una serie in crescita e che si ripeterà con sempre maggiore frequenza se non ci sono cambiamenti nelle tendenze attuali del riscaldamento globale.

Cosa dire di questa vicenda, allora ? Evidentemente, giornalisti e scienziati parlano lingue diverse, cosa che ho constatato direttamente anch'io in varie occasioni. Riusciranno mai a capirsi? A questo punto, comincio a dubitarne. Comunque, continuiamo a provarci.


(*) Se volete la registrazione completa del servizio su La7, scrivetemi a ugo.bardi(verralaparusiacomeladrodinotte)unifi.it 


giovedì 7 dicembre 2017

Il futuro è solare (ma non per tutti)


Dal blog "il Climologo" per gentile concessione dell'autore

Scritto il 6 December 2017 da VMARLETTO

A cura del gruppo Energia per l’Italia



Secondo un recente (e molto lungo) pezzo pubblicato in rete da V. Romanello e F. Andreoli nel sito filonucleare Atomi per la Pace l’energia fotovoltaica sarebbe in un vicolo cieco. In particolare secondo gli autori l’energia necessaria per costruire i pannelli sarebbe talmente elevata in rapporto alla produzione elettrica degli stessi che il loro uso non darebbe alcun vantaggio (in sostanza l’indicatore ERoEI – energia prodotta rispetto all’energia investita – risulterebbe inferiore all’unità).

L’articolo risulta pieno di forzature, tutte dalla stessa parte. Ad esempio si parla di un prezzo di €2.300 per kWp dell’impianto che forse è realistico per impianti piccolissimi (2 kWp). Al crescere della taglia però il prezzo tende a € 1.000/kWp (1,2).
La figura 10 di Romanello/Andreoli sul consumo di energia (massimo alle ore 18) si riferisce al 5 dicembre, giorno nel quale il fotovoltaico fa in effetti un po’ fatica alle 18. In verità, con le estati sempre più torride che inducono a forti picchi diurni di consumo elettrico per i condizionatori, avere in Italia un parco fotovoltaico da 20mila megawatt in piena attività nelle stesse ore è una vera benedizione per le nostre emissioni di gas serra.

Gli autori parlano inoltre di costi di pulizia e manutenzione pari a 15% all’anno che sono largamente esagerati, così come i rischi di incendio.

Nel pezzo si legge inoltre: “Bisogna considerare come la natura dei pannelli possa influenzare lo scenario incidentale in caso di incendio: quelli in silicio non danno particolari problemi, ma quelli all’arseniuro di gallio o al tellururo di cadmio possono rilasciare fumi tossici.” Peccato che in Italia i pannelli utilizzati siano praticamente solo quelli in silicio e che il tellururo di cadmio sia sostanzialmente assente dal contesto europeo anche per problemi regolatori.

Per sostenere le loro tesi gli autori fanno riferimento anche a un articolo di Ferroni e Hopkink apparso nel 2016 sulla rivista tecnica Energy Policy, il quale sosteneva conclusioni analoghe presentando una stima del citato parametro ERoEI (Energy Return on Energy Invested) inferiore a 1 (0,82). I conti però sono fatti per la Germania (per l’Italia bisogna scalare tutto in alto del 30-40%) e la lunghezza di vita del pannello (17 anni) sembra largamente sottostimata. In letteratura si citano invece valori di ERoEI pari ad almeno 5 e tipicamente 10 e oltre, assumendo tra l’altro una durata di vita dei pannelli di 30 anni. La durata dei pannelli dipende chiaramente anche dall’incentivo a mantenerli in funzione, e a continuare nelle normali operazioni di manutenzione dell’impianto.

L’articolo di Ferroni e Hopkirk tra l’altro generò una reazione molto pronta e critica da parte di un nutrito gruppo di scienziati tra i quali Ugo Bardi, professore di chimica all’università di Firenze, che in merito a questa vicenda ha risposto ad alcune domande.

D. Prof Bardi è vero che i pannelli fotovoltaici “non valgono la pena”?

R. Dipende da cosa si intende per “valerne la pena”. Se l’idea è di creare un futuro pulito e sostenibile per noi e per i nostri discendenti, direi proprio di si.


D. Quali sono i limiti dell’analisi di Romanello e Andreoli?

R. Romanello e Andreoli citano in pochi paragrafi i risultati di una ricerca in corso in tutto il mondo per valutare le prestazioni dei pannelli fotovoltaici in funzione dei vari parametri energetici. Come per tutte le cose, i risultati di queste valutazioni variano col tempo. Via via che i pannelli diventano più efficienti per via dei miglioramenti tecnologici la loro resa migliora. Migliorano anche le tecniche di analisi, per cui si arriva a valutazioni sempre più affidabili basandosi sull’uso rigoroso di standard internazionali condivisi. Purtroppo, non sempre questi standard vengono applicati, per cui alcuni risultati pubblicati si trovano a essere “fuori dal coro.”

Questo è il caso del lavoro di Ferroni e Hopkirk citato da Romanelli e Andreoli. Usando valori non-standard per i parametri e selezionando condizioni sfavorevoli, questi autori sostengono che il fotovoltaico ha una resa particolarmente bassa. Questo, semplicemente, non è vero. Il fotovoltaico ha oggi una resa molto vicina a quella dei combustibili fossili. Con l’andare del tempo, via via che la resa dei fossili diminuisce a causa della necessità di usare risorse non convenzionali, il fotovoltaico va a porsi come una sorgente pulita e conveniente di energia.

D. Quali sono le più recenti valutazioni in merito all’efficacia del fotovoltaico come sorgente di elettricità pulita ed alternativa a quelle tradizionali (fossili e nucleare)?

R. C’è un lavoro del gruppo di Christian Breyer e altri che riassume la situazione. In sostanza, il fotovoltaico funziona e funziona bene. Tutta la fuffa in proposito è politica, non scienza.

Il lavoro citato da Bardi è recentissimo e si intitola “Global Energy System based on 100% Renewable Energy – Power Sector” ed è un corposo rapporto presentato durante la conferenza sul clima COP23 di Bonn. Nel riassunto del rapporto si legge che “La transizione globale al 100% di elettricità rinnovabile è fattibile in ogni ora di tutto l’anno ed è meno costosa del sistema attuale, largamente basato su fonti fossili ed energia nucleare. La transizione energetica non è più questione di fattibilità tecnica o economica, bensì di volontà politica.”

Il messaggio è quindi molto chiaro, chi dà ascolto a ragionamenti costruiti ad arte per gettare cattiva luce (è il caso di dirlo) sull’energia solare, commette un errore gravissimo, specie se è in grado di condizionare le scelte politiche, o addirittura in posizioni di comando.

Ancor prima di Breyer, il lavoro certosino del prof. Mark Jacobson di Stanford e colleghi da anni indica chiaramente che la strada verso il 100% rinnovabili al 2050 è non solo praticabile ma foriera di grandi vantaggi in termini di occupazione, salute umana e, ovviamente, protezione del clima.

Le politiche energetiche italiane da qualche tempo appaiono invece influenzate da cattivi maestri (o da cattiva volontà). I cittadini però devono sapere cosa sta succedendo per davvero in questo settore, che è cruciale e strategico non solo per il benessere e l’economia ma anche per la protezione della salute, della natura e del clima planetario.


(1) https://www.greentechmedia.com/articles/read/report-how-much-does-a-solar-pv-system-cost-in-2016#gs.GPlbUi4

(2) Fraunhofer ISE (2015): Current and Future Cost of Photovoltaics. Long-term Scenarios for Market Development, System Prices and LCOE of Utility-Scale PV Systems. Study on behalf of Agora Energiewende.


A cura del gruppo Energia per l’Italia

lunedì 4 dicembre 2017

Non si uccidono così anche i cavalli? (Il dirupo di Seneca dell'umanità)



Vedi un po' dove si ritrova il "dirupo di Seneca"!! Con la popolazione dei cavalli negli Stati Uniti (sorgente)


Nel suo blog, "micidial" Massimo Bordin fa un'osservazione molto azzeccata. Dice:
C'è stato un periodo della storia - il periodo più lungo della storia dell'umanità - nel quale i cavalli avevano tantissime cose da fare. Venivano impiegati per trasporti di uomini e alimenti, calessi e carrette. In guerra, come in pace. Oggi, per vedere un cavallo bisogna andare all'ippodromo, al maneggio o al circo. La stragrande maggioranza degli occidentali non ha mai avuto a che fare con un cavallo, gli risulta completamente inutile, se non per attività ludiche o sotto forma di bistecche, in carenza di ferro.
Bordin fa poi notare come lo sviluppo dell'automazione e dell'intelligenza artificiale sta facendo diventare gli esseri umani altrettanto inutili dei cavalli, in guerra come in pace. Cita poi il recente rapporto McKinsky, dicendo:
Per rimanere "vivi", i lavoratori dovranno cercare la riqualificazione in diversi campi e come se fosse l'acqua nel deserto. "Ma i governi e le aziende - sostiene magnanimamente il report - dovranno contribuire a facilitare quella che dovrebbe essere una transazione durissima".
Comparando gli esseri umani ai cavalli, citando il termine "transizione durissima" e usando la frase "rimanere vivi" (sia pure con il 'vivi' fra virgolette) Bordin fa venire subito in mente che cosa ci potrebbe essere in serbo per l'umanità: un "dirupo di Seneca" (ovvero un rapido collasso) della popolazione simile a quello subito dai cavalli nel ventesimo secolo.

Il collasso della popolazione umana, in questa ipotesi, non sarebbe causato dai disastri generati dal riscaldamento globale o dall'esaurimento delle risorse ma, semplicemente, dal fatto che  la maggior parte degli esseri umani diventerebbero inutili - ovvero non avrebbero più alcun valore economico.

Non che gli esseri umani verrebbero sterminati; non risulta che i cavalli siano stati sterminati (beh, non tutti, perlomeno). Semplicemente, quando i cavalli hanno cessato di essere utili, non sono stati messi in condizione di riprodursi. E, in effetti, sembra che sia proprio quello che sta succedendo agli esseri umani, con la natalità che sta crollando più o meno ovunque (anche se in Europa e in Italia crolla più della media).

E allora? E allora, beh, consoliamoci: i cavalli hanno passato un brutto periodo, ma ci sono ancora; anzi, la loro popolazione è in aumento. Chissà se sarà questo il destino degli esseri umani.



domenica 3 dicembre 2017

Un sogno di Freud (L'invidia del pelo)

Dopo che c'e stata qualche polemica sui commenti di questo blog, cerchiamo di rasserenare un po' gli animi con un racconto molto creativo e intelligente di Elena Corna, di cui abbiamo già visto un post giorni fa. Non ha a che fare con le catastrofi, per una volta! Leggetelo, perché è molto divertente. 



UN SOGNO DI FREUD
Un racconto di Elena Corna




“…Non ti spaventare…Mi chiamo Emmelina Freud e sono la tua pronipote. Ti parlo dal 1996.”

Sto sognando e so che sto sognando. Interessante. Mai successo. Perché sogno la mia pronipote? Perché il mio inconscio desidera una pronipote? Perché il 1996?

“No, zio, questo non è un sogno della categoria che studi tu. Sono io che sono venuta nel 1923 per dirti una cosa importante.”

I sogni sono un appagamento del desiderio…

“Guarda che ci sono diversi tipi di sogni, mica solo quelli lì. “

 Diversi tipi di sogni? E’ un’ispirazione questa che sto avendo?

“Per favore, zio. Sono tua nipote e ti appaio in sogno dal futuro, punto e basta. Accettalo, santi numi! E ora ascoltami.  Non ho molto tempo. A che ora hai messo la sveglia?”

Non ho messo la sveglia, domani non ho impegni al mattino.

“Benissimo, allora cerca di dormire finché non finisci il sogno.  Ti devo parlare per evitarti un grosso errore.”

Errore?

"Sì. So che stai scrivendo un nuovo saggio, è lì sulla tua scrivania.”

Certo. Sulla sessualità infantile. Importante.

“Sì, ma zio. Cito: “…non si pone un'alternativa tra maschile e femminile, ma tra genitale maschile da un lato e l'essere evirati dall'altro. Quando constata la 'propria inferiorità organica', la bambina suppone di aver posseduto una volta un membro  e di averlo in seguito perduto per evirazione" .

E’ il brano sull’invidia del pene, sì.

“Ecco, zio, l’invidia del pene non esiste. Stai prendendo una cantonata e la vorrei prevenire. Guarda che in futuro su questa cantonata rideranno anche i polli. So che sto interferendo nel corso della storia ma chi se ne frega, non è un’interferenza di quelle che cambiano il corso delle cose. Però si potrebbe evitare una figuraccia alla nostra famiglia in generale e a te in particolare.”

Ma come? Lo sviluppo della psiche della bambina, vero, dalle mie osservazioni…

“Zio, l’invidia del pene non esiste. Senti questa barzelletta: ci sono un bambino e una bambina che confrontano i loro giocattoli e il bambino mostra un giocattolo dopo l’altro vantandosi. A ogni giocattolo la bimba risponde con un altro giocattolo. “Io ho questo!” “E io ho questo!” “E io ho anche questo, tu ce l’hai?” “Certo, e ho anche questo..” Alla fine il bambino, esauriti gli oggetti, abbassa i pantaloni e dice: "E io ho questo! Tu questo non ce l’hai!!” E la bambina, serafica: "Pfui, io con la mia di quelli ne prendo quanti ne voglio.”

Ma, Emmelina, è solo una barzelletta! Io sono uno studioso…

“Dai, che lo sai bene anche tu che le barzellette nascondono una scheggia di verità. Non sei tu che hai scritto qualcosa sui motti di spirito?...Va bene, ora te lo argomento secondo i tuoi canoni…

Interessante. Chissà se al risveglio ricorderò tutto questo. Difficile. Sta parlando da dieci minuti. Convincente, però. Sì, può essere. Sto davvero prendendo una cantonata che lederà la mia credibilità? Va bene, mi hai persuaso. Sì, sì, hai ragione. Ben argomentato. Come le sai tutte queste cose?

“ Ho due lauree. Sai, alla fine del ventesimo secolo le donne studiano.”

C’è un problema, Emmelina cara. Durante una conferenza ho accennato al mio nuovo studio, ora la comunità scientifica se lo aspetta… anche se sono rimasto un po’ sul vago…

“Per Giove, non avrai parlato di evirazione e ferita narcisistica eccetera?”

No, sono certo di no. Però ho accennato all’invidia. Anzi, sono sicuro che hanno colto solo quella parola. Sai, volevo lasciare un po’ di aspettativa. Si aspettano comunque un saggio sull’invidia.

“ Beh, con tutte le invidie che ci sono, devi solo deviare l’oggetto dell’invidia.”

Sì, ma sono banalità. L’invidia della ricchezza, della bellezza, dei quarti di nobiltà…Queste cose le sanno tutti. Ci vorrebbe un’invidia inedita. Un’invidia profonda.  Un’invidia inconscia.

“ Ecco, zio, un’ idea ce l’avrei. Mi è venuta vedendo un video…”

Un cosa?

“Un esperimento. Un esperimento sociale. I ricercatori si avvicinavano a persone sconosciute…”

Dove?

“Dappertutto. Per la strada, nei bar, in treno. Dunque, si avvicinavano e li accarezzavano sulla testa o sulle spalle per vedere come reagivano. L’idea era venuta guardando la gente che normalmente, appena vede un cane a passeggio, lo accarezza sulla testa. Allora ci si è chiesti perché tutti considerano normale accarezzare dei cani estranei e non i propri simili. Così gli sperimentatori andavano qua e là accarezzando le capocce di perfetti sconosciuti. E quelli come pensi che reagissero?”

Male, molto male.

"Infatti. E sai perché?"

Ma è ovvio. Invasione della sfera privata. Mi stupisco che tu ti stupisca. La nostra civiltà reprime il contatto fisico, non siamo scimpanzé che si spulciano. Perché diavolo uno dovrebbe venire ad accarezzarmi la testa?

“Tutto questo è vero, ma c’è di più. Ti chiedi perché diavolo uno dovrebbe venire ad accarezzarti la testa. E te lo chiedi anche perché sai benissimo che non c’è niente di piacevole nell’accarezzarti la testa. Cioè, né la tua né quella di altri. A te viene mai voglia di accarezzare la testa di qualcuno?”

Se penso a certe testoline…

“E non pensare al sesso come tuo solito, zio Siggy. Dimmi chi c’è che accarezza la testa di un altro.”

Ma Emmelina, dove vuoi arrivare? Le mamme accarezzano i figli, i mariti le mogli eccetera.

“Appunto. Si fa per affetto, non perché sia piacevole.  Invece quasi tutti accarezzano cani e gatti anche sconosciuti. E lo fanno perché lo trovano piacevole. Che ne dici?”

E’ molto gradevole, sì. 

“Perché? Continua. Perché, zio?”

Piacevole. Soprattutto i gatti. Affondare le dita in quel pelo…

“Touché! E’ il pelo che è piacevole. “

Sì, il pelo è bello. Tutti quei colori, quelle striature, quel calore, quella morbidezza... Diamine, appena mi sveglio vado a mettere le mani sul gatto dei vicini.

“Ecco, zio. Gli umani sono attratti dal pelo di cani e gatti perché è bello e anche perché… loro non ce l’hanno. L’abbiamo perso, il pelo. Una cosa così bella come il pelo ce la siamo persa o insomma non ce l’abbiamo. E lo invidiamo. “

L’invidia del pelo?! Mi stai prospettando un’invidia del pelo?

“Già. Pensaci, zio: le donne non vanno in giro con dei cetrioli o delle cose a forma di pene, ma amano andare in giro con le pellicce. Le pellicce sono belle, le donne le vogliono perché pensano che le rendano più attraenti. In sostanza, piacciono alle donne che pensano che piacciano anche agli uomini. Se questa non è invidia del pelo!”

Geniale, Emmelina, davvero geniale.  Indubbiamente, sei mia nipote. Grazie, grazie. Spero di ricordarmi questo sogno… Appena mi sveglio mi metto al lavoro. Dopo aver affondato le mani nel pelo del gatto, beninteso. 

“Ora devo andare zio, è quasi mattina e fra poco ti sveglierai. Ma ti ho detto quello che volevo. Ce l’abbiamo fatta per un pelo.”
…………………………………………………………………………………..

Che bella mattina di sole. Guarda guarda, devo essermi agitato stanotte. Per un pelo non sono rotolato giù dal letto. Per un pelo…Qualcosa mi risuona. Ho la sensazione di aver fatto un sogno importante…Cos’era?...Per un pelo… per un pelo Martin perse la cappa. Cercare il pelo nell’uovo. Non avere peli sulla lingua. Mah. Forse potrei scrivere qualcosa sui proverbi e i modi di dire…Ci penserò.


Commenti disabilitati su "Effetto Cassandra"

Gentili lettori,

scusate, ma mi è parso il caso di disabilitare i commenti a questo blog, perlomeno per un certo periodo. Insieme con i vari autori che pubblicano su questo blog facciamo il possibile per mettere a disposizione di tutti dei post che siano interessanti e informativi. Sui commenti, purtroppo, ultimamente abbiamo visto soltanto sfoghi personali e insulti - cose perfettamente comprensibili vista la situazione, ma mi pare il caso di ridurre la "temperatura" dei commenti mettendo in pausa tutto per un po'. (Nota: gli autori del blog possono ancora commentare e se avete qualcosa da dirmi, scrivetemi pure a ugo.bardi(pispolino)unifi.it)

venerdì 1 dicembre 2017

La Svizzera a 2000 Watt.

di Jacopo Simonetta

Il 4 ottobre scorso il Movimento Decrescita Felice e l’Associazione Italiana Economisti dell’Energia hanno organizzato a Roma, in Campidoglio, un’interessante convegno dal titolo: “ Modelli per la valutazione dell'impatto ambientale e macroeconomico delle strategie energetiche” (qui il link al sito per consultare tutte le relazioni).
In una serie di articoli cercherò di riassumere le presentazioni, tutte molto interessanti sia per le cose che sono state dette, sia per le cose che sono state taciute. Per prima vorrei qui trattare quella che il 4 ottobre è stata esposta per ultima, dal dr. Marco Morosini, perché, pur non avendo un contenuto tecnico rilevante, ha un contenuto politico potenzialmente rivoluzionario.

Di che si tratta?

Società a 2000 Watt” è un’idea elaborata nel 1998 da due politecnici federali: quello di Zurigo (ETH) e quello di Losanna (EPFL). Adottata nel 2002 come linea-guida dal governo federale e diventata legge locale nel 2008 a Zurigo, sempre tramite referendum (78% di si). Nel 2016 è stata approvata dal parlamento federale e nel 2017 resa attuativa con referendum nazionale (58% di si). In sintesi si tratta di porsi un obbiettivo vincolante: entro il 2050, ridurre i consumi pro-capite di energia di circa 2/3 rispetto ad oggi, portando le emissioni di CO2 a una tonnellata a cranio all'anno.

Perché è importante?

“Ridurre i consumi e le emissioni” è un mantra che oramai abbiamo sentito tante volte da dare la nausea, perché questa volta potrebbe essere diverso? Per svariate ragioni che si possono così riassumere:
1 - Non si tratta di una generica indicazione o di una dichiarazione di buoni propositi, bensì di una legge dello stato che stabilisce un obbiettivo preciso entro un tempo dato.
2 – Non si usano concetti vaghi ed elastici come “sostenibilità”, mentre si usano termini precisi: “Società” - significa che coinvolge tutti i cittadini in cambiamenti sostanziali - e “2000 Watt” - una quantità precisa espressa mediante un’unità di misura conosciuta.
3 – Si specifica che gli interventi dovranno svilupparsi secondo un ordine preciso di priorità: Primo ridurre i consumi di energia; secondo aumentare l’efficienza; terzo incrementare il ricorso alle rinnovabili; quarto uscire dal nucleare.

Il punto qualificante ed innovativo dell’intera faccenda è proprio che, per la prima volta in un documento governativo, si ha il coraggio di dire chiaro e tondo che gli obbiettivi non saranno centrati senza, per prima cosa, una diffusa adozione di stili di vita nettamente più sobri dell’attuale. Un fatto condensato con lo slogan “Fare meno con meno”, in contrasto con il “Fare di più con meno” di cui solitamente si parla. Insomma, dare finalmente la priorità alla Sufficienza sull'efficienza.
Naturalmente,  ben venga l’efficienza, ma solo in un quadro di riduzione programmata dei consumi finali; altrimenti non si farebbe che reiterare il perverso meccanismo che ha moltiplicato per 20 (circa) i consumi pro-capite dai tempi in cui Mr. Watt progettava le sue caldaie a vapore. E che ha finora vanificato qualunque tentativo di ridurre davvero le emissioni climalteranti.

Cambiare rotta

Finora, i tentativi di pianificare una reale riduzione dei consumi si sono puntualmente arenati su tre secche ideologiche principali:

Secca 1 – “La riduzione della prosperità materiale non necessaria perché l’aumento di efficienza ridurrà il consumo energetico”. Solo in teoria, perché durante tutta la storia dello sviluppo industriale lo smisurato aumento nell’efficienza delle tecnologie ha comportato un aumento e non una diminuzione dei consumi finali. Può sembrare strano, ma è così.

Secca 2 – “La riduzione del consumo energetico non è necessaria se si userà il 100% di energie rinnovabili.” Falso per due ordini di motivi: il primo è che anche le energie rinnovabili hanno impatti ambientali spesso considerevoli, mentre richiedono materiali rari e processi industriali energivori. Il secondo è che ad oggi le energie rinnovabili coprono poco più del 10% del consumo globale (principalmente con l’idroelettrico che è la tecnologia più efficiente, ma anche più impattante). Non è realistico pensare di poter rendere maggioritaria questa percentuale senza ridurre di almeno 2/3 i consumi finali.

Secca 3 –“La riduzione del consumo energetico e della prosperità materiale non sono possibili perché sono inaccettabili per la popolazione e per l’economia”. E’ stato vero finora, ma se gli svizzeri riusciranno a portare avanti il loro progetto, avremo l’esempio di un’intera nazione che accetta una contrazione economica pur di ridurre il proprio impatto sul pianeta!

Se gli svizzeri riusciranno a centrare gli obbiettivi è presto per saperlo, ma questa volta sono partiti col piede giusto e davvero è già tanto.

lunedì 27 novembre 2017

La Politica può cambiare le cose?



Nel loro grande e ultimo aggiornamento - I nuovi limiti dello sviluppo, 2004; - del loro primo lavoro D. e D. Meadows e Jorgen Randers affermano: "l'umanità può rispondere in tre modi ai segnali che indicano come l'uso delle risorse e l'emissione di inquinanti siano cresciuti oltre i limiti sostenibili. Un modo è non riconoscere, occultare o confondere i segnali"; "un secondo modo di rispondere è alleviare le pressioni derivanti dai limiti ricorrendo ad artifici tecnici o economici"; "il terzo modo è volgersi alle cause sottostanti, fare un passo indietro e riconoscere che il sistema socioeconomico umano, così com'è organizzato oggi, non è governabile, ha superato i limiti e va verso il collasso; dopo di che, cercare di cambiare la struttura del sistema" (pag.282-284). 
 
Ora, poichè secondo gli autori "tutto quello che possiamo fare è intervenire sui flussi produttivi da cui dipendono le attività umane riportandoli a livelli sostenibili attraverso scelte, tecnologia e organizzazioni umane..." (pag.35), cosa può voler dire cambiare la struttura se è l'"economia-politica" la struttura del sistema?

Fra le scelte necessarie che l'umanità dovrebbe compiere vi è, come noto, una autoriduzione della popolazione: si dovrà raggiungere una stabilità fra natalità e mortalità, poichè la popolazione è uno dei due "motori della crescita esponenziale nella società umana" (insieme al "capitale produttivo"; pag.50) e tende a crescere a tassi iperesponenziali.

Se cambiare la struttura significa regolare il sistema economico, bisognerà fare i conti con "l'anello di crescita del capitale" il quale ha fatto si che "l'industria crescesse maggiormente della popolazione" generando crisi da sovraproduzione e bassa domanda. Inoltre, bisognerà fare i conti col fatto che "le forme attuali di crescita perpetuano la povertà e ampliano il divario fra ricchi e poveri" (pag.66).
La questione che si pone perciò è: è possibile modificare il sistema economico evitando che vi siano accumulazioni di capitale (monopoli) e disuguaglianze?

Vi sono "fattori che regolano la crescita e che possono contenere il sistema entro confini accettabili" (pag.54)? Si tratta appunto di capire se vi siano feeback negativi (nel senso utilizzato in LTG 2004) entro un'economia monetaria, in grado di riequilibrarla e se questa possa assumere una forma diversa dal capitalismo neoliberista attuale. Poichè "sono all'opera due strutture generali [...] che per ragioni sistemiche danno al privilegiato potere e risorse per accrescere il loro privilegio" e che "tendono ad essere endemici in ogni società se questa non introduce coscientemente strutture di compensazione per contrastare le disuguaglianze" (pag.69).

Quali potrebbero essere queste strutture di compensazione? Si tratta di interventi politici come "imposte progressive sul reddito", ecc. Ma siamo sicuri che questo cambierebbe la struttura del sistema? Chiediamo dunque: è possibile cambiare il sistema economico mantenendo inalterata quella "struttura politica" che gli fa da sfondo? Qual è questa struttura? La questione è assai spinosa perché pone il problema di "chi e come" può cambiare una struttura.

La nostra cultura risponde all'unanimità che solamente tramite mutamenti di carattere politico è possibile cambiare le strutture della nostra società. Ma se fosse persino la Politica una struttura, o meglio, un sistema? In che senso?

La cosa non dovrebbe stupire se si risale all'accezione con cui si denominava nel XVIII secolo: Economia politica classica. Ebbene si: l'economia è una forma di politica e non è disgiungibile da essa (dopo Torleb Veblen, fra i più recenti Jean Baudrillard è quello che l'ha mostrato meglio), perciò l'idea che l'economia sia qualcosa di regolabile dalla politica è un'idea ingenua ma assai difficile da rigettare, poichè la dimensione politica è il fondamento della nostra cultura (in particolare mantenere la divisione fra la sfera privata degli elettori e quella pubblica dei decisori) e di ciò che ci vantiamo di chiamare democrazia.

Si tratta di dimostrare che la creazione della ricchezza non può aver luogo senza un correlativo aumento della popolazione. Un'affermazione certamente scandalosa. Vi sono condizioni alla base che sono:

1- un continuo aumento dei flussi estrattivi: energia a basso costo e materie prime
2- un aumento costante della produzione industriale
3- aumento costante della domanda di beni e servizi e dunque dei consumi

Ora, la popolazione deve crescere per alimentare i consumi o può aumentare il PIL procapite mantenendo stabile la popolazione? Qui infatti, come dicono in LTG "la bassa crescita della popolazione comporta un maggiore PIL procapite" invece, al contrario, nei paesi poveri l'"aumento di popolazione genera più povertà e ancora aumento di popolazione" (pag.66).

 
 [fonte: "Ambiente, Risorse, Sviluppo Sostenibile; di Selenia Arigliano]

A livello globale non esistono "diverse" economie bensì una medesima economia globalizzata. Ora, non è un caso che la Cina sia entrata nel WTO sin dal 2001 e che da allora sia diventata l'autentico motore della crescita mondiale, infatti è più o meno da allora che le economie occidentali hanno incominciato a rallentare. E la Cina non è esattamente un paese piccolo.

Dall'altra parte se non fosse per l'India non vi sarebbe un'adeguato "output" a consumare una fetta della produzione mondiale. Questi due paesi sono quelli che dobbiamo ringraziare quando elogiamo la crescita (e quando deridiamo il "made in China"; i governi mondiali hanno ben pensato di chiudere un'occhio nei confronti della odiosa ideologia comunista, trattandosi di affari..). Qui sotto, in azzurro "the rest of the world" comprende Cina e India, mentre notiamo come i paesi OCSE in blu scuro e tutti gli altri colori tendano al declino in termini di consumi energetici:

Risultati immagini per tverberg global consumption
[fonte: Gail Tverberg, Our Finite World]

Se consideriamo che la popolazione dei paesi sviluppati cresce ad una media dello 0,4% è evidente che ci pensa il resto del mondo a compensare questa situazione (Asia in media 0,9% e paesi poveri oltre 2% annuo). E' per questo che gli investitori occidentali si rivolgono ai mercati emergenti, poichè là trovano quella spinta alla crescita della popolazione e del capitale produttivo che si è ormai esaurita in Occidente. Quando toccheranno anche loro i "limiti dello sviluppo"? A quel punto vedremo anche là diminuire i tassi di crescita della popolazione.

Conclusione

Non sembra verosimile che la sfera politica possa generare feedback negativi tali da cambiare o equilibrare la struttura del sistema invertendo la tendenza al BAU delle nostre società. Ragion per cui attendersi dei cambiamenti su larga scala (come la COP21) dai politici non ha alcun senso poiché la "classe politica" mantiene tutti gli interessi nel perpetuare questo sistema e mostrerà sempre resistenze al cambiamento.

Se la Politica è un sistema, accoppiato all'economia, vediamo che andare a modificarne la struttura sembrerebbe qualcosa di una misura tale da non essere nemmeno compresa. Come cambiare la politica senza una rivoluzione politica a sua volta? Tale è la nostra forma mentis.

And so, what's next?